Fine
Solomaria, come quasi tutti i (pochi) frequentatori del suo blog hanno capito, è solo un nome, un fantoccio. Non è neppure un vero personaggio. Voleva esserlo, forse, tentando di somigliare a una persona reale di mia conoscenza (la quale, peraltro, non scrive e non legge poesie).
Adesso entrambi, il fantoccio e la persona, non mi piacciono più. O meglio, l'una non m'interessa più, l'altro è diventato antipatico persino a me.
Inoltre mi rendo conto, alla fine, che il ritratto, se anche fosse riuscito, non sarebbe affatto somigliante.
Col penultimo post ho voluto demolire il palchetto.
Solomaria non c'è, non è mai esistita. Spartitevi pure le sue vane spoglie, fate ciò che volete del suo avatar, delle sue facezie, dei suoi versi biliosi.
Dimenticatela, se potete. E sugli altri bizzarri personaggi che si sono affannati intorno a questa figurina fatta di nulla (e sui possibili abbagli) cali un pietoso sipario.
I commenti sono chiusi.
à la manière de…
(endecasillabi, punteggiatura sovrabbondante, periodare ipotattico ecc. Giusto per esercitarmi e per fare il verso a uno che si crede bravo a far versi)
Mi dicono che un tale, l’altra notte,
ha suonato, qui, a tutti i campanelli
del condominio, forse supponendo
ch’io abitassi in un appartamento
e che quei poveretti che dormivano
fossero miei vicini (invece no,
abito in una villa palladiana).
Nei citofoni e sotto ogni balcone
sbraitava che m’odiava, e raccontava,
in confusi farfugli anglo-italiani,
il perché e il percome io gli fossi
antipatica e odiosa oltremisura.
Ora, ch’io non conosca il mentecatto
è sicuro. Potrei anche giurarlo,
se valesse la pena, qui, giurare
e servisse a placarlo. Né, peraltro,
mi cal delle amicizie e inimicizie
virtuali, sebbene un po’ mi spiaccia,
che, credendo egli forse di turbami,
vada invece turbando l’altrui pace.
Concluderei, se fosse lui sapiente
(quale si crede d'esser tronfiamente)
e volesse invece che blogghi frequentare
gli scrittori importanti, con un verso
di Dante - e poi lo lascio ai suoi tormenti,
“chè perder tempo a chi più sa più spiace”.
(ps - ti voglio bene, Proto, e so bene che non sei tu. Non sei stronzo fino a questo punto)
Elegia
Troppo lunghe le mie vacanze.
L'azalea, che un tempo chiamavo rododendro,
langue, malgrado il gel schifoso
che il fioraio mi aveva venduto
come acqua gelificata a lento rilascio.
Un surrogato dell'acqua
è una cosa assurda quasi come
solomaria che scrive un'elegia.
La verità è che invecchio, sono stanca,
meno rabbiosa di un tempo, persino triste.
Quel cane mi manca,
mi manca.
due dubbi grammaticali
e una considerazione etimologica
Ah sì, me l'hai già detto
che mi ami "davvero".
Ma l'avverbio è superfluo
e persino sospetto.
Io invece no: fingevo,
e un poco lo sapevo
di fingere (ma aspetta,
allungo un poco il verso: il settenario
mi risulta un po' stretto
per ciò che voglio dirti, pezzo di merda).
Voglio dirti che avrei potuto,
per generosità e non per diletto,
venire a letto con te qualche altra volta
(non proprio fino a che morte...):
svogliatamente avrei soggiaciuto
(o sarei soggiaciuta?) alle tue voglie,
se solo tu non mi avessi mentito
su ciò che davvero pensi delle donne:
che sono delle minus habens
(o delle minus habentes?), poverette
(cosa che non si può dire
se non nelle barzellette).
Il tuo non era un insulto
(non eri neppure incazzato)
ma una constatazione,
quando, girando le spalle,
hai sibilato: imbecille.
"Imbecille" viene da imbaculum o imbacillum,
cioè senza bastone:
quasi, se non del tutto,
la medesima tua condizione.
Il cactus
Fatte le pulizie, rimane solo
un piccolo cactus nel deserto
della mia scrivania – le venature
del legno ocra sono canyon, dune.
E’ in un vasetto di plastica
lillipuziano, che urto a volte
col mouse, con la tastiera.
Una cosuccia piccola,
meno che un soprammobile.
Rovesciandosi il vaso, ne esce terra
stopposa nera dura
e quel zucchino minuscolo spinoso
che ha un filamento esiguo per radice.
Lo riaccomodo, premo
la terra ai bordi con l’indice
umettato d’acqua o di saliva.
Poi zappetto con l’unghia (adunca, madreperlacea),
mi scuso con un bacio.
Per quel saltuario bacio
da anni il piccolo cactus dura e vive.
Per quel bacio cauto e distratto
il negletto torsolo di vita
oggi, incredibilmente,
ha in cima un fiorellino delicato,
bianco come una gocciola di latte.
La sopravvivenza dei capelli
Nel libro di un mistico leggo
che non tutte le anime sopravvivono.
Soltanto l'anima colta,
l'eletta, l'anima bella dura eterna.
Così anche i miei capelli: non sarà inutile
l'avervi dedicato tanta cura.
Seguiteranno a crescere dentro la tomba,
e quando il mio bel viso sarà terra
queste mèches rosso tiziano
saranno un fiore sotterraneo
nel vaso spaccato del teschio. cranio.
Ogni anno la vita
mi si accorcia di un anno
e si allarga di circa
un centimetro.
Sono ancora magra, sono viva.
Ho fatto il conto: voglio morire
a sessantatrè chili.
Ho cercato il quaderno
dell'altra estate.
Non l'avessi trovato!
Ora mi tocca ancora non finire
ciò che fu cominciato.
Compleanno
39 anni oggi. Sano come un pesce (a parte la mia antica debolezza).
Così comincia il monologo "l'ultimo nastro di Krapp", di Samuel Beckett.
Il registratore di Krapp come il blog di solomaria.
Ho spento il cellulare e staccato il telefono.
Auguri, Maria monologante e sola.
Sincerità
Io mento spesso, è vero.
Ma se amo, anche solo un poco,
divento all'improvvio
masochisticamente,
stupidamente sincera.
Voglio ferirmi, ferire,
ed è dolce infliggere il supplizio
del mio stesso cilicio.
Ero solo sincera quando dissi
ciò che da tempo avrei dovuto dire,
a te e forse anche ad altri.
Avevo fatto male finallora
per viltà, a tacere,
ma ora, un poco e quasi certamente,
io ti amavo.
Ma tu volevi altro
che la verità, tu volevi
ben altro, quella sera,
quando fui troppo sincera.
Non era il fatto che non mi piacevi,
ma mi piaceva amarti anche negli altri
di cui ti dissi crudelmente - oh, no,
non volevo freddarti
e non mi dispiaceva la tua foia.
E' che se amo, anche solo un poco,
io divento sincera. E no, non meritavo
quell'epiteto insulso, la parola
che fa rima con gioia.